Diritto all’oblio: Google approva 45000 richieste degli utenti

Google, azienda leader tra i motori di ricerca, ha approvato la metà delle 90.000 richieste di rimozione di link ritenuti “inadeguati o non più pertinenti” giunte negli ultimi 2 mesi da parte degli utenti. Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

 

Diritto all’oblio: una definizione generale

Si parla di “diritto all’oblio” per indicare una forma di garanzia che prevede la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona. All’interno del nostro ordinamento, tale diritto, seppur con una forzatura, potrebbe essere inquadrato all’interno dei cosiddetti diritti inviolabili, tutelati dall’art 2 della Costituzione, secondo il quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

 

Diritto all’oblio sul web

Il diritto di essere dimenticati online è la possibilità di cancellare dagli archivi online il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca. L’estensione del diritto all’oblio al web ha generato un lungo dibattito, che verte principalmente su 2 questioni:

  • Fino a quanti anni di distanza da un certo fatto può essere esercitato il diritto di un individuo a ottenere la cancellazione dei propri dati?
  • Quali elementi potrebbero giustificare la persistenza di questi dati negli archivi online?

 

La sentenza della Corte di giustizia dell’UE

Considerato il fatto che i motori di ricerca, così come i social network, rendono accessibili per un periodo illimitato di tempo determinate notizie di cronaca, lo scorso maggio la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato Google a cancellare le indicizzazioni relative ai propri dati personali su richiesta dei cittadini europei interessati, “a meno che non vi siano ragioni particolari come il ruolo pubblico del soggetto”.

Il motore di ricerca, dopo essersi detto, in un primo momento, contrario a tale sentenza, ha iniziato ad accogliere le richieste, sostenendo di agire in totale trasparenza. Peccato, però, che, notificando la rimozione ai proprietari dei link, abbia ottenuto l’esatto opposto dell’effetto sperato, ossia riportare in auge temi passati di moda. Inoltre, la società vorrebbe limitare la rimozione alle versioni europee del motore di ricerca, il che comporterebbe una soluzione solo parziale al problema.

Due giorni fa a Bruxelles si è tenuto il vertice tra i Garanti della Privacy UE e i rappresentanti dei motori di ricerca, tra i quali hanno preso parte, oltre a Google, anche Microsoft (per Bing) e Yahoo.

Secondo la Corte, è necessario perseguire un “giusto equilibrio” tra il diritto all’informazione e l’interesse degli utenti ad essere dimenticati. Bing, in modo analogo a quanto fatto da Google, recentemente ha messo a disposizione degli utenti un modulo da compilare per richiedere la rimozione dei link e la speranza è che si continui a lavorare nella giusta direzione per venire a capo di questa annosa questione.

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