Alzheimer: dall’intestino degli squali una molecola che potrebbe aiutare a combattere questa malattia

Alzheimer: una molecola presente nell’intestino degli squali potrebbe dimostrarsi utile per mettere a punto dei farmaci da impiegare nella cura di questa patologia neurodegenerativa.

La ricerca condotta dal Dipartimento di Chimica dell’Università di Cambridge, ha visto impegnato anche Fabrizio Chiti del Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Cliniche dell’Università di Firenze.

Alzheimer: dall’intestino dello squalo una nuova speranza per la cura della malattia

La molecola in questione si chiama tradusquemina. Come detto, si trova nell’intestino degli squali. La tradusquemina potrebbe impedire gli effetti tossici che derivano dagli aggregati B-amiloidi. In questo senso Fabrizio Chiti ha spiegato che questa molecola ha tra le sue caratteristiche la riduzione del tempo di vita degli aggregati intermedi ritenuti tossici. Inoltre riesce a neutralizzare questi aggregati intermedi tossici nel momento in cui si formano.

Sempre il gruppo di ricerca toscano ha ottenuto dei risultati molto interessanti contro il morbo di Parkinson utilizzando la squalamina, una molecola che risulta molto simile alla trodusquemina. Si tratta di un composto presente all’interno dell’intestino degli squali che è oggetto di sperimentazione da circa 30 anni.

In questo senso stando a uno studio pubblicato su Proceedings of The National Academy of Sciences, questo composto sarebbe in grado di impedire uno dei meccanismi alla base del morbo di Parkinson, ovvero la formazione di aggregati di molecola alfa-sinucleina. La squalamina inoltre è oggetto di sperimentazione anche per quanto riguarda le patologie tumorali ed altre malattie ancora.

Alzheimer: una malattia subdola e insidiosa

In italia si stimano circa 500mila persone ammalate. Questa patologia neurodegenerativa colpisce circa il 5% delle persone che hanno più di 60 anni. Rappresenta la forma più comune di demenza senile. Si caratterizza per la presenza di placche amiloidi e e fasci di fibre aggrovigliati.

A tutt’oggi ancora non se ne conosce la causa o le cause che la scatenano. La malattia comporta un lento quanto inesorabile decadimento delle facoltà cognitive. Tuttavia si tratta di un processo molto lento: i pazienti che ne sono colpiti possono vivere anche fino a 8-10 anni dopo la diagnosi.

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