Osteoporosi e fragilità ossea, “nemici” insidiosi della terza età

L’osteoporosi è una delle patologie più diffuse e, allo stesso tempo sottovalutate, dei nostri tempi. Le statistiche parlano chiaro: nel mondo una donna su tre e un uomo su cinque sono destinati a subire almeno una frattura dopo i cinquant’anni, ma il numero è destinato a crescere in futuro, anche per l’invecchiamento della popolazione. In Italia, sono quasi 5 milioni le persone che soffrono di osteoporosi e solo nel 2017 si sono verificate circa 560.000 fratture, numero destinato ad aumentare del 22,6% entro il 2030.

I dati sono riportati all’interno del report “Ossa spezzate, vite spezzate: un piano d’azione per superare l’emergenza delle fratture da fragilità in Italia”, elaborato dalla International Osteoporosis Foundation (IOF) e sostenuto dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sulle malattie dell’osso (FIRMO), dalla Società Italiana dell’Osteoporosi del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro (Siomms) e dalla Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT). Il report, inoltre, stima che nel 2017 le spese sanitarie per fratture da fragilità hanno gravato sul Servizio Sanitario Nazionale per 9,4 miliardi di euro e sono destinate a superare gli 11 miliardi entro i prossimi 12 anni.

Le fratture più comuni si verificano alle vertebre, al polso, all’anca e al femore. Le fratture vertebrali spesso non sono riconosciute: quando le vertebre si rompono “collassano”, determinando mal di schiena, mentre le fratture all’anca e al femore richiedono spesso delicati interventi chirurgici e possono portare alla perdita delle abilità motorie.

“La riduzione dell’indipendenza può essere uno dei risultati più spiacevoli per i pazienti che hanno subito una frattura”, si legge nel Report. Un anno dopo la frattura (quella del femore è la più comune), il 40% dei pazienti non è in grado di camminare autonomamente e l’80% deve convivere con forme di disabilità che limitano le normali attività quotidiane, come lavarsi, uscire o guidare.

Quando subentrano, dunque, problemi di mobilità, l’esigenza primaria è quella di rendere la propria abitazione accessibile, mantenendo la possibilità di avere una vita indipendente o di limitare il più possibile i problemi di mobilità.

I montascale, detti anche servoscala, rappresentano una soluzione per vivere la casa in libertà e autonomia.

Ve ne sono di diverse tipologie. Come il montascale a poltroncina Vivace di KONE Motus, la soluzione ideale quando la persona ha una mobilità limitata o non possiede più la forza sufficiente per affrontare i gradini in sicurezza, ma conserva la capacità di alzarsi e sedersi in autonomia o con un aiuto, e di fissare la cintura di sicurezza.

Il montascale a pedana Fluido di KONE Motus, invece, è utile a chi si muove su sedia a ruote a trazione o elettrica e ha bisogno di spostarsi da un piano all’altro.

I montascale si possono installare all’interno dell’abitazione per accedere ai piani superiori, o all’esterno, anche in condomini, sia in presenza di scale di accesso e piccole rampe dritte (montascale rettilineo), sia in caso di curvature e angoli o scale a chiocciola (montascale curvilineo).

I presidi tecnologici e gli ausili che favoriscono la vita indipendente dovrebbero essere compresi tra le misure in aiuto a pazienti con problemi di osteoporosi e fragilità ossea e con conseguenti handicap fisici.

Ma, in generale, cosa si può fare per limitare la diffusione di queste patologie e la perdita di autonomia? A spiegarlo è la professoressa Maria Luisa Brandi, Ordinario di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Firenze e Presidente della Fondazione FIRMO.

“Le azioni da intraprendere sono molte, ma alcune si possono applicare con più facilità di altre, perché abbiamo gli strumenti già pronti – precisa la professoressa Brandi -. Per esempio, potremmo cominciare con l’applicare la nota di prescrivibilità per i farmaci antifratturativi a tutti i pazienti aventi diritto. In secondo luogo dovremmo istituire percorsi ad hoc entro i cosiddetti “Servizi di Unità di Frattura”, ovvero percorsi di cura e assistenza per le persone fratturate fin dal momento del ricovero, rendendo routinaria la valutazione della salute delle ossa in caso di frattura in pazienti oltre una certa età. Inoltre, tali percorsi proseguirebbero anche dopo la dimissione, seguendo e favorendo la prescrizione di una terapia, qualora se ne valuti la necessità”.

In occasione della Giornata mondiale dell’Osteoporosi, che si è celebrata di recente in tutto il mondo, il Fragility Fracture Network (FFN) – l’associazione che raccoglie più di 800 soci in tutto il mondo – ha rilanciato la Global Call to Action, mirata ad avviare una sinergia efficace nella presa in carico del paziente con fragilità ossea. Approvata da 81 organizzazioni di tutto il mondo, la Global Call to Action stabilisce la necessità di offrire assistenza multidisciplinare nella fase acuta; prevenire, sia nei giovani sia negli anziani, il verificarsi di fratture secondarie e successive fratture da fragilità; offrire assistenza post-acuta continuativa e supporto nella riabilitazione nei casi in cui la capacità motoria sia compromessa, al fine di ripristinare mobilità e indipendenza.

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