‘Workation’ ovvero lavorare in vacanza: tutta colpa degli smartphone. Il consiglio? andate off-line

Dite la verità, siete in vacanza ma non rinunciate a controllare l’e-mail di ufficio se non proprio ogni momento ma comunque almeno ogni 2-3 ore, e già che ci siete leggete e scrivete pure le risposte, e perché no, rispondete alle telefonate di lavoro e ai messaggi Whatsapp. Vi siete riconosciuti? Ecco siete vittime della nuova condizione diffusa ai tempi degli smartphone e del “continuamente connesso”, la così detta “Workcation” o Workation, letteralmente Working On Vacation.

Tutti in vacanza con lo smartphone in mano

Ormai, diciamolo, è una consuetudine ritrovarsi anche in spiaggia con il device nella borsa insieme all’asciugamano e al solare, o andare nel panico se non c’è campo, se non addirittura evitare mete vacanziere, dove il wi-fi è raro: in sintesi ritrovarci ad avere il cervello, non solo sempre acceso, ma orientato sul lavoro.

Questa nuova condizione  di  “Workcation”, o Workation, non è per tutti ma certamente più comune per alcune categorie, per chi svolge lavori autonomi o per i professionisti, ma non solo. Una vera malattia se pensiamo che le generazioni precedenti, i nostri genitori per intenderci – quelle generazioni senza la telefonia mobile – una volta chiuso il negozio, l’ufficio, la fabbrica, la scuola o lo studio professionale si chiudevano la porta alle spalle per 15 giorni e lo facevano per davvero.

Per riposare davvero andate off line

Addio tempi dorati, benvenuti nei tempi della massima reperibilità. Il vero lusso, abbiamo imparato negli ultimi tempi è restare off-line, non a caso è per i veri ricchi che nel resort 5 stelle offrono tra i vantaggi di lusso il ‘sequestro’ del cellulare per far sì che non si cada in tentazione di controllarlo seppure ogni tanto. Spesso però non è una vera e propria costrizione ma un prolungamento naturale del workaholism, di cui soffriamo tutto l’anno, cioè l’incapacità di separare vita/lavoro.

La workation e i suoi lati positivi

La workation potrebbe avere lati positivi come andare in vacanza più spesso e non solo nel canonico periodo delle ferie d’agosto, mescolando attività del tempo libero e relax con lavoro vero e proprio, bilanciando le due condizioni guadagnando in creatività e ispirazione, così dicono gli americani che al Worcations dedicano libri e corsi di formazione.

C’è anche chi al termine ‘workation’ associa i nativi digitali nomadi per definizione che sarebbero nella condizione di lavorare ovunque, 365 giorni l’anno, semplicemente viaggiando e utilizzando gli spazi di co-working. Esisterebbero dunque due accezioni del termine, positiva e negativa, secondo la prospettiva e l’età: per i giovani nomadi ‘lavorare in vacanza’ è un segno del loro tempo, per le generazioni precedenti una tragica conseguenza dei nuovi tempi.

Il consiglio per godersi le ferie per davvero

Le ferie insomma dovrebbero tornare ad essere un momento di riposo dalle problematiche di ufficio, dal mondo del lavoro e occasione per allargare lo sguardo, osservare altri panorami e così rigenerarsi. Capire che le ferie sono il momento utile – ‘utilità’ una la parola magica per i workaholic – per tornare al lavoro più carichi di quando abbiamo salutato i colleghi.

Lavorare in vacanza, non solo fenomeno italiano

Lavorare in vacanza è una nuova condizione, ma non è solo un fenomeno italiano. Secondo un sondaggio pubblicato su Washington Examiner, che riguarda in Usa il 39% dei nativi digitali , e secondo una ricerca americana della National Health Association e pubblicata su Business Journals, a soffrire maggiormente della condizione di “stress da vacanza” sembrano essere le donne: il 57% delle appartenenti alla Generazione Z ha dichiarato di aver risposto ad e-mail di ufficio e lavorare anche in spiaggia.

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