Studenti in trappola

La scuola vive situazioni difficili. Studenti che non amano lo studio e che a scuola si sentono in trappola. In queste situazioni, i giovani tendono a fuggire, a non sentirsi capaci e sono giovani a rischio dispersione scolastica. Ma la scuola, e i suoi docenti, possono fare qualcosa, cambiando la didattica.

Quando un ragazzo non ha voglia di studiare considera lo studio come una forza negativa, qualcosa da cui tenersi lontani. L’adulto (genitore o insegnante) da al ragazzo una punizione allo scopo di spingerlo a fare qualcosa che non vuole, il ragazzo si trova così tra due forze negative. Il ragazzo tenterà più volte la fuga, per evitare studio e punizione, mentre l’adulto cercherà di costringerlo creando intorno a lui delle barriere. A questo punto il ragazzo è in trappola. Può solo ribellarsi, chiudersi in un comportamento passivo o rifugiarsi in un mondo irreale di fantasie.

La scuola è piena di queste situazioni. Capita che qualche insegnante faccia uso di voti molto bassi a scopo punitivo o di rimproveri mancati. Il comportamento più comune in questi casi, per il ragazzo che non vuole studiare è quello di restare a casa il giorno dell’interrogazione, oppure usa altre forme di fuga. Come l’insegnante avverte che il ragazzo si sottrae, cerca di riprenderlo.

Le punizioni sono pedagogicamente sconsigliate. L’insegnante che punisce offre in genere un esempio negativo, e quindi diseducativo, di comportamento. Inoltre le punizioni mettono spesso gli allievi in condizioni difficili e drammatiche, chiusi in vicoli ciechi, con il risultato di spingerli a ribellarsi o a deprimersi o a evadere dalla realtà, scegliendo la fantasia.

I ragazzi che non amano lo studio, che trovano difficoltà a studiare e non amano farlo, non hanno bisogno di punizioni (le quali andrebbero solo a rafforzare il loro ripudio per lo studio), ma hanno bisogno di motivazioni. Devono cioè capire perché bisogna studiare, e a cosa lo studio può servirgli.

Quale motivazione migliore può esistere se non l’opportunità di essere seguiti da un insegnante che ama il suo lavoro e che lo fa con passione?

La ricetta migliore per coinvolgere e motivare ragazzi che non amano studiare a scuola è quella di tenere desta la curiosità; l’insegnante deve riuscire a fornire una giusta dose di novità, tenendo sempre conto del livello di competenza degli alunni e degli schemi che essi adoperano nella comprensione delle materie di studio.

Inoltre è fondamentale monitorare il need for competence di ogni alunno. Il bisogno di valutare le proprie competenze è un bisogno fondamentale di ogni persona, perché ci da la possibilità di verificare costantemente se siamo in grado di intervenire efficacemente sul mondo che ci circonda. Nella formazione scolastica, lo studente che ottiene sistematicamente risultati deludenti, si convince di non essere all’altezza, cade così in uno stato di passività: è sfiduciato, demotivato, non ha voglia di fare nulla ed è pressoché impossibile smuoverlo.

L’insegnante ha però l’opportunità di prevenire gli effetti negativi dell’impotenza appresa negli studenti mettendo in atto delle strategie di organizzazione dell’apprendimento.

Per fare prevenzione il docente ha bisogno di conoscere le condizioni per cui è possibile che si realizzi il fenomeno dell’impotenza appresa, quali condizioni sono da affrontare e in che modo intervenire.

Sicuramente è vero che oltre agli obiettivi che l’insegnamento si pone (e che influenzano le motivazioni degli studenti, e la loro possibilità di cadere nell’impotenza appresa), anche il metodo didattico ha una grande influenza sull’apprendimento dei ragazzi.

Già a partire dagli inizi del ‘900, si è iniziato a studiare l’importanza della didattica attiva rispetto al metodo frontale.

Mentre il metodo frontale richiede motivazioni e interesse alti da parte degli studenti, ed è poco indicato per i BES, il metodo attivo mette l’alunno al centro della didattica, i ragazzi sono più partecipi, la comunicazione è simmetrica, e sicuramente si vanno a toccare più stili cognitivi contemporaneamente.

La scuola oggi sta cambiando, sta diventando sempre più una scuola di tutti, e si cerca di sostenere le famiglie con figli che hanno bisogni educativi speciali, i quali vanno motivati attraverso forme di insegnamento e didattica non tradizionali. Per queste ragioni, oggi, la scuola deve premiare di più i metodi di apprendimento attivo. Soprattutto nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, gli insegnanti devono essere meno nozionistici e dovrebbero invece valorizzare le qualità degli alunni, seguire le loro inclinazioni e gli stili cognitivi differenti.

Un lavoro difficile da realizzare, ma che grazie alle nuove tecnologie e all’informatica, sempre più presenti nella scuola, è un progetto che presto potrebbe realizzarsi con buoni risultati sulla formazione dei ragazzi, specialmente quelli che non hanno voglia di studiare e che si sentono studenti in trappola.

Angelo Franchitto

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