Il mio Kosovo

In questo articolo racconto dell'esperienza di un ex soldato che mi ha raccontato poco tempo fa della sua missione in Kosovo durante gli anni del governo di Milošević. Nell'articolo non citerò il suo nome per privacy, ma citerò qualche breve pensiero che mi ha raccontato per farmi riflettere su quanto l'uomo possa cadere in basso, ma anche di quanta umanità esiste anche in tempo di guerra.

Tra il 1996 ed il 1999 i Balcani vivono un nuovo momento buio per la storia dell’umanità, una nuova guerra civile, dopo la fine dello stato jugoslavo. Sto parlando della questione del Kosovo.

In quegli anni il Kosovo (una provincia autonoma della Serbia), popolato in maggioranza da cittadini di etnia albanese entrò in tensione con la Serbia, in linea con il clima di rivendicazione d’indipendenza e di autonomia che aveva già portato negli anni passati al disfacimento della Federazione Jugoslava.

Alla fine degli anni novanta, ero un giovane di poco più di sedici anni e vivevo questo capitolo terribile della storia contemporanea seguendo i telegiornali e leggendo le notizie riportate sui quotidiani. Ogni giorno le notizie mi sembravano essere sempre uguali a quelle del giorno precedente (quasi come se i giornalisti si limitassero a fare un mero copia e incolla).

Ma la Storia non è quella riportata sui libri, o quella filtrata da telegiornali e giornali, la Storia è un pezzo di vita che lascia un segno sull’anima delle persone.

Dico questo perché la storia del Kosovo l’ho rivissuta qualche giorno fa, quando a distanza di quindici anni dalla fine del conflitto, ho avuto l’occasione di parlare con un pilota dell’aereonautica italiana, che in quegli anni si trovò a partecipare a una missione di pace in Kosovo.

Prima di affrontare la storia vissuta è bene ricordare cosa scatenò il conflitto. Negli anni ottanta la Serbia, per intero, era riuscita ad ottenere l’indipendenza dalla Jugoslavia, ma il Kosovo chiedeva a gran voce, da parte dei suoi cittadini albanesi (ormai in maggioranza su quelli serbi), l’indipendenza dalla Serbia senza dover fare i conti con Belgrado.

In un primo momento (1989-1995), la protesta Kosovara fu esclusivamente fatta di manifestazioni pacifiche in piazza. Dal 1996 inizia l’azione violenta da parte dei  separatisti albanesi dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare) e del Kosovës o KLA (Kosovo Liberation Army- Esercito per la liberazione del Kosovo), che diedero inizio alle ostilità fino al 1999.

Il mio amico, reduce di quella guerra, mi ha raccontato che nell’ultimo anno (era il 1999) interviene la NATO schierandosi dalla parte degli albanesi contro la Serbia e contro il governo della Repubblica federale jugoslava guidato da Slobodan Milošević.

Dopo l’intervento della NATO i rifugiati albanesi ritornarono in Kosovo, ma si verificò un nuovo esodo, quello di migliaia di cittadini di etnia non albanese (serbi, montenegrini, gitani, ecc.), che fuggirono dal Kosovo temendo rappresaglie albanesi, che in realtà si verificarono per i pochi che provarono a restare.

“Il nostro esercito (l’esercito italiano) era li in missione umanitaria, soprattutto curavamo l’aiuto alle famiglie per dare un minimo di istruzione ai bambini, insieme a beni di prima necessità (alimenti e vestiario)”.

Insomma i nostri uomini si fecero apprezzare da tutti i Kosovari, perché portavamo aiuti e sostegno alla popolazione (la vera vittima della guerra) che purtroppo pagava un prezzo altissimo perché non vi era alcuna considerazione della vita umana, nessun diritto, nessuna libertà. Non esisteva un campo di battaglia, ovunque ti muovevi era terra di soldati, c’erano sparatorie in ogni angolo di strada.

“Quello che ho visto li mi ha segnato e non mi ha fatto dormire la notte. Ho visto villaggi e centri bruciare, persone che si conoscevano (si capiva che erano colleghi di lavoro, o avevano studiato a scuola insieme) spararsi a vista con fucili e mitragliette. Fuori dal villaggio tanti bambini serbi trucidati e impalati”.

Il racconto viene interrotto dalle lacrime. Un momento toccante, che fa gelare il sangue nelle vene.

Quella non fu una guerra, ma una vera e propria pulizia etnica fatta senza distinzione di età, ne di sesso. Le persone venivano sterminate da persone con le quali fino al giorno prima erano amici, vicini di casa, persone con le quali hanno condiviso il gioco e il lavoro.

Riaffiora poi alla sua memoria scene di donne che nascondevano i propri bambini sotto i ponti, all’interno di cave e nei campi in mezzo alla campagna per salvare loro la vita.

I soldati italiani erano vicini alla popolazione. Sempre pronti anche ad ingannare i soldati russi e albanesi-kosovari perché non rubassero i viveri che erano destinati alla povera gente.

Questa è storia contemporanea. una storia che abbiamo vissuto, ma oggi la vedo con gli occhi di un uomo che in Kosovo c’è stato e vedo l’orrore in quegli occhi che hanno registrato come telecamere quelle immagini drammatiche che sono ancora vive e scolpite nella sua mente.

Il ricordo di queste persone ci sono da insegnamento perché la storia non si ripeta più, perché non dovremmo vivere più momenti come l’olocausto e altri grandi genocidi come quelli del Kosovo.

 

Angelo Franchitto

 

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