Quando un accordo ai danni dei dipendenti costa alle imprese milioni di dollari

Scoppia un nuovo scandalo nella Silicon Valley e pare che le aziende coinvolte siano Google, Apple, Adobe e Intel. Tutti e quatto i colossi della tecnologia sarebbero stati obbligati a pagare una multa, il cui ammontare non è stato ancora rivelato ufficialmente. Tutto ciò per via del patteggiamento con una class action di dipendenti, i quali hanno accusato le aziende di aver stretto un accordo segreto con cui si obbligavano vicendevolmente a non assumere le une i dipendenti delle altre.

Normalmente, quando un dipendente è altamente qualificato o rappresenta una risorsa di gran valore per l’impresa, potrebbe ricevere offerte (come ad esempio una retribuzione più alta, oppure benefits di vario genere) più vantaggiose rispetto all’impiego del momento proposto da altri datori di lavoro. Questo meccanismo genera, necessariamente, un gioco al rialzo da parte dell’azienda che non vuole perdere una parte importante del proprio organico. Quindi, una sorta di meccanismo che riequilibra il compenso al reale valore del lavoratore.
L’accordo sott’accusa, di fatto, imporrebbe una limitazione alla mobilità dei lavoratori, incidendo negativamente anche sul valore medio dei salari. Per non parlare della sostanziale costrizione a rimanere legati ai propri posti di lavoro per non rinunciare a lavorare per uno dei leader del settore.

Il processo ebbe inizio nel 2011 a seguito della scoperta di uno scambio di email tra Steve Jobs ed Eric Schmidt e gli uomini di punta di Intel e Adobe, nelle quali si faceva riferimento a questo accordo.
Il giudice distrettuale di San José, Lucy Koh, aveva fatto capire fin da subito che gli imputati non l’avrebbero passata liscia, rifiutando una prima proposta di patteggiamento pari a 324,5 milioni di dollari, perché troppo bassa.

Adesso, stando a quanto riportato sul New York Times, pare che la corte e le aziende siano, finalmente, giunte ad un accordo per 415 milioni di dollari.

 

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