Milizie dello Stato Islamico avanzano nel deserto con veicoli e armi di produzione USA.

E’ inutile negarlo: siamo in guerra. Ormai possiamo dirlo con certezza senza paura di passare per catastrofisti. Possiamo affermare realisticamente che la guerra ha fatto la sua comparsa entro i confini del mondo occidentale, per la prima volta dal 1945. E il baricentro di questo conflitto, ancora una volta, sono i confini orientali del nostro continente, i confini tra il nostro mondo e gli altri mondi che non sono – del tutto o in parte – assimilabili a quello che chiamiamo Occidente.

Questa premessa potrebbe far pensare a una guerra di civiltà, idea che sta avendo una grande diffusione tra coloro che cercano una spiegazione semplice dei fatti. In realtà, come tutte le guerre, ha almeno due giustificazioni: una per chi governa e una per chi combatte. Lo “scontro di civiltà” è appunto la giustificazione che viene data a chi imbraccia il fucile – “difendi la tua cultura, la tua patria e i tuoi valori dal nemico barbaro” – mentre chi conosce le vere ragioni del conflitto si guarda bene dal diffonderle nell’opinione pubblica. Come sempre, le vere ragioni sono destabilizzanti, rendono obbligatorio pensare, ragionare criticamente, e questo in guerra non è un valore, ma una debolezza che può minare l’esistenza stessa dello scontro.

Ma cerchiamo di capire cosa sta succedendo, prima di avanzare ipotesi sul perché.
C’è la guerra nel Medio Oriente, quel conflitto terribile che – a fasi alterne – va avanti dal 2001, e che i governi occidentali si ostinano a definire “guerra al terrore”. Probabilmente, visti i risultati, sarebbe stato molto più adeguato chiamarla guerra del terrore: più che averlo combattuto, lo ha diffuso come un morbo nel mondo e nella mente delle persone.
Quindici anni di “missioni di pace” non hanno portato ad alcun passo in avanti verso l’annientamento di al-Qaeda e del jihadismo sunnita, che anzi è oggi più forte che mai: ha costituito uno Stato che sta dissolvendo vecchi confini coloniali e ora ha i mezzi per inviare uomini armati a combattere nel cuore dell’Europa.
C’è da domandarsi se tutto ciò non fosse in qualche modo previsto da chi ha voluto questa guerra infinita.

Senza abbassarsi a complottismi, limitiamoci a rispondere a questa domanda: se la guerra ha rafforzato il terrorismo, chi ha indebolito? A ben vedere, dei risultati in questi anni di guerra sono stati raggiunti, ma non erano quelli dichiarati da George W. Bush nei suoi discorsi alla nazione. Che cosa hanno in comune i Taliban in Afghanistan, Saddam e il partito Ba’ath in Iraq, Gheddafi in Libia, al-Asad in Siria, il partito Hamas in Palestina?
Oltre a essere musulmani, sono tutti “poteri” che hanno offerto o imposto ai loro popoli ordinamenti politici e ideologici diversi, quando non opposti, da quello dominante, il nostro. Tutti sono stati accusati di essere responsabili diretti o indiretti dell’11 settembre 2001 e tutti, o quasi, sono morti, quando tutto il mondo sa che il responsabile di quell’attentato fu Osama bin Laden, uomo di fiducia della corona Saudita, grande alleata degli Stati Uniti. Eppure sono tutti morti, giustiziati come dittatori o terroristi.

Poi c’è l’Ucraina, in cui l’UE ha un ruolo centrale. La dinamica di questo conflitto è semplice: la Russia ritiene che l’Ucraina (uscita dall’URSS nel 1991) sia un prolungamento del proprio territorio e ha reagito occupando le regioni orientali quando i vertici dell’UE hanno mostrato l’intenzione esplicita di aprire a Kiev le porte del mercato europeo e, in sottinteso, dell’Alleanza Atlantica. La guerra di Putin è dunque vista dai russi come un’operazione di difesa nazionale: evitare in ogni modo di avere una frontiera in comune con la Nato, che dal canto suo non desidera altro che vedere circondato e debole il suo nemico di sempre. Per questo l’esercito russo e le milizie filo-europee (come i nazisti della brigata Azov) stanno combattendo in Ucraina: per un confine conteso. L’obiettivo sarebbe quello di allargare i confini a est, creando una “zona cuscinetto” di contenimento dei paesi “non occidentali”. Sembrerebbe uno scenario novecentesco, ma è più attuale che mai.

Qual è il significato di tutto questo? Cosa hanno in comune due conflitti lontani migliaia di chilometri, in contesti apparentemente diversi l’uno dall’altro? La risposta è tragica nella sua semplicità. La sottile linea che unisce Mar Nero e Golfo Persico, est europeo e paesi arabi, contiene in sé l’esistenza stessa del nostro mondo: l’energia. In questa zona passano le vene pulsanti della macchina occidentale e le uniche vere ragioni della nostra supremazia sul mondo: oleodotti e gasdotti, petrolio e metano. Noi dipendiamo da quelle aree del mondo ed è necessario controllarle, sottometterle, non permettere a nessun altra forza di interferire con il libero mercato dell’energia e delle persone che rende la nostra Europa quello che è. Dobbiamo distruggere per sopravvivere, distruggere tutto ciò che può rappresentare un’alternativa valida al potere europeo. E lo faremo con tutte le armi disponibili, fino alla supremazia globale.

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