Delay e Modulazioni

Delay

Praticamente tutti i riferimenti utili a formare un’immagine tridimensionale possono essere creati con il semplice uso di singoli delay, ponendo però sempre attenzione ai possibili fenomeni di comb filtering, verificando sempre in mono il risultato del mix, e controllando l’eventuale perdita di livello in banda bassa.
I delay stretti sono utili per aggiungere ambiente a una sorgente, senza dare la sensazione di riverberazione.
È fondamentale regolare anche il colore degli echi.
Un’equalizzazione decisamente diversa sui delay creati rispetto al segnale originale rende tutto più credibile ed
efficace.

Un buon metodo per generare stereofonia da una sorgente mono utilizza il comb filtering.
Questo metodo, in particolare, restituisce un’immagine stereo completamente mono-compatibile.
Il segnale originale viene duplicato e ritardato, quindi viene sommato all’originale e inviato al canale sinistro, e contemporaneamente sottratto al segnale originale (attivando l’inversione di polarità) e inviato al canale destro.
La quantità di segnale ritardato regola l’ampiezza stereo.
Poiché le due versioni sono complementari, il risultato è di distribuire numerose bande di frequenza in modo diverso
tra sinistra e destra.
Limitando la banda di segnale inviata al delay, con un filtro passa banda o altra equalizzazione, si può regolare la stereofonia in base alla frequenza.

L’effetto che ci fa percepire una riflessione molto vicina come parte del suono di partenza, può essere in qualche modo esteso facendo seguire ulteriori riflessioni sempre entro l’intervallo critico, da 15 a 30 millisecondi.
Se queste riflessioni sono incrociate tra i due canali, usando la loro distribuzione sul panorama, e gestite in fase e controfase, si ottengono effetti interessanti anche per migliorare l’immagine stereo o per crearne una da una traccia mono.
È un metodo a cui si è anche tentato di assegnare brevetti e nomi commerciali e che a volte è utilizzato in mastering.
Sperimentare permette di trovare un colore personale per l’ambiente.

Un’eco discreta o una sequenza con feedback può essere utile per aggiungere nuove componenti ritmiche al groove. In base al rapporto tra la divisione ritmica, il disegno e la lunghezza del ritardo si può arricchire, variare in alcuni punti o modificare in modo significativo il groove del brano.
Esistono numerose variazioni alla semplice eco.
Slapback: una singolo eco, generalmente con equalizzazione decisamente diversa dall’originale.
Ping pong: una sequenza di riflessioni provenienti alternativamente da sinistra e destra.
Echi variabili: se l’uscita del delay è processata all’interno dell’anello di feedback, cioè prima di essere ritrasmessa all’ingresso, si ottiene una variazione continua degli echi perché a ogni passaggio si ottiene un nuovo processamento.
Saturazione e ripetizioni infinite: un delay con feedback produce delle ripetizioni il cui volume varia in base all’intensità del feedback.
Se questa è una amplificazione (feedback maggiore di 1 o 100%), si ottiene un aumento continuo del volume degli
echi, che non può essere gestito.
Un limiter nel loop assicura che il livello sia limitato, si ottiene quindi una serie infinita di echi.
Il suono può variare in base al processamento.

Ci sono due modi di pensare al riverbero: come una estensione del suono originale o come la presenza di un ambiente intorno.
La differenza tra i due è nella natura del riverbero e nella sua distribuzione nel tempo.
I primi millisecondi sono critici per il nostro udito per sentire l’attacco del suono, ad esempio la forza e il colore di una percussione.
Qualsiasi riflessione si sovrapponga all’attacco lo modifica, in inviluppo o colore, con l’effetto, quasi sempre, di cancellare alcune componenti o esaltarne altre.
Pensando a una sequenza di attacchi come l’articolazione di una frase (ritmica, cantato, assolo), inoltre, la presenza
di un riverbero immediatamente sovrapposto può avere l’effetto di impastare il tutto diminuendone la chiarezza, anziché aggiungere profondità.
Allo stesso modo, se si immagina la sorgente in un grande teatro, è chiaro come le riflessioni dalle pareti arriveranno con un certo ritardo rispetto alla sorgente diretta.
Tanto più è grande il teatro, tanto maggiore sarà il ritardo tra il suono diretto (che percorrendo la linea retta fino a noi arriverà sempre e inevitabilmente per primo) e le successive riflessioni.
Questo ritardo ha quindi almeno due effetti: mantenere una maggiore chiarezza nel mix e dare un senso di
maggiore profondità all’ambiente.
I più vecchi sistemi per generare riverbero artificiale non consentivano un controllo sulle prime riflessioni né tantomeno sulla densità di riverbero.

Il sistema più semplice, quindi, per gestire e simulare questo aspetto era di ritardare l’intero riverbero, mantenendolo intatto.
Il parametro è generalmente chiamato pre-delay.
Una volta era ottenuto inserendo una linea di ritardo (un qualsiasi sistema di delay) all’ingresso del sistema di riverbero.
Due esempi vintage: una traccia registrata viene inviata a un’eco a nastro, utilizzato come semplice delay senza ripetizioni e 100% wet, e l’uscita di questo è inviata a un riverberatore plate meccanico (cioè una lastra di acciaio utilizzata come sistema vibrante);  una traccia registrata è riprodotta attraverso un altoparlante in una vera
sala (reverb chamber) e qui ripresa con microfoni e registrata su una nuova traccia.
Quest’ultima viene ritardata e miscelata all’originale.
Oggi il pre- delay è sempre incluso come funzione di base nei riverberi artificiali.
Per staccare il riverbero dalla sorgente sono sufficienti da una decina ad alcune decine di millisecondi di pre-delay.
La scelta, oltre che ovviamente a orecchio, può essere compiuta facendo riferimento al tempo del brano, al disegno ritmico, alla presenza di altri effetti nel mix.
Per riferirlo ai battiti si può utilizzare la formula per il calcolo del tempo secondo il valore BPM.

Se il ritardo varia senza discontinuità si produce una modulazione, cioè una variazione della frequenza del segnale nel tempo.
Una riduzione del ritardo produce un innalzamento della frequenza, un incremento produce un abbassamento della frequenza.
Questo è utile in mix, perché una leggera variazione di frequenza di una traccia può servire a creare espressività. Un primo metodo consiste nell’affiancare alla traccia originale una o più copie attraverso un ritardo modulato periodicamente.
L’oscillazione di frequenza e, contemporaneamente, di posizione temporale che si produce simula la presenza di più
sorgenti indipendenti, all’unisono ma con leggere naturali differenze di tempo e intonazione.
È un metodo semplice per creare l’illusione di un coro o di una sezione.
Se le sorgenti artificiali sono posizionate diversamente sul fronte stereo si ottiene anche una maggiore ampiezza
stereo.
La forma della modulante influisce sull’effetto.
Una sinusoide genera una evidente oscillazione della frequenza.

Un’onda triangolare genera una modulazione meno evidente.
Un noto dispositivo che applica questa tecnica è il Roland Dimension D.
In alternativa si può sostituire l’oscillazione con un peak-follower, cioè un elemento software o hardware che calcola in tempo reale l’inviluppo del segnale originale.
Se l’inviluppo pilota la lunghezza del ritardo si ottengono variazioni di tempo e frequenza legate all’andamento del segnale.
Il vantaggio, rispetto alla soluzione precedente, è che le variazioni si ripetono esattamente uguali ogni volta che si esegue il brano.
Questa tecnica è alla base del classico Lexicon Prime-Time.

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