Slayer
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Nel 2001 il destino, in vena di scherzetti macabri, decise di far coincidere l’uscita di God hates us all dei maestri e sovrani del trash metal, gli Slayer, con gli attacchi alle Torri Gemelle di New York avvenuti l’11 settembre 2001.
Esattamente 14 anni dopo arriva nei negozi e sulle piattaforme digitali Repentless, dodicesimo album della band di Los Angeles, il primo senza il compianto Jeff Hanneman, storico chitarrista nonché fondatore del gruppo, scomparso nel Maggio del 2013 e sostituito da Gary Holt degli Exodus.

Pubblicato dalla major Nuclear blast, questo nuovo lavoro vede anche il ritorno dietro i tamburi di Paul Bostaph, già ex Forbidden e Testament, e già al servizio di Araya&soci per quasi dieci anni. Per chi scrive non è facile approcciarsi in maniera obiettiva alle 12 tracce (alcune sono nuove versioni di brani già presentati nei mesi scorsi) contenute in questo disco, visto l’enorme legame affettivo con gli Slayer, la loro produzione e la vagonata di ricordi che suscitano.

Formatasi nel lontano 1981 dopo l’incontro fortuito in un sobborgo di Los Angeles tra i due chitarristi, Jeff Hanneman e Kerry King, la band rappresenta infatti una leggenda non soltanto per l’indiscutibile livello della sua musica, ma anche per le polemiche, le critiche, le accuse, le citazioni in episodi di cronaca nera causate dai loro testi, che toccano argomenti come guerra, satanismo, violenza, serial killer, nazismo e morte, e per il fatto di esser stati sempre fedeli al loro stile, coerenti, diretti, a dispetto di ricambi generazionali e nuove forme di metal “ibrido” che hanno infestato la scena nell’ultimo decennio.

E’ la storia di quattro ragazzi che iniziano ad esibirsi nei locali della zona suonando cover di Iron Maiden, Judas Priest e di altre band della NWOBHM, che nel Maggio del 1983 tirano fuori il primo demo e che, dopo un live a Los Angeles, vengono avvicinati dal titolare della neonata etichetta Metal Blade Records affinché prendano parte ad una compilation. Firmano un contratto con la suddetta e nel Dicembre dello stesso anno danno alle stampe il loro debutto discografico; dopo una manciata di anni si ritrovano ad essere punto di riferimento e motore dello sviluppo del metal estremo con il capolavoro Reign in blood. Non esiste un adolescente appassionato di questo genere musicale che non venga affascinato da questa storia e non veda gli Slayer come una sorta di entità mitologica!

Gli Slayer oggi

Cerchiamo di mettere da parte cuore e nostalgie e torniamo ai giorni nostri: anche se con ogni probabilità non verrà annoverato tra i classici della band, Repentless si presenta dopo i primi ascolti solido e compatto, un buon album che non fa scendere il livello qualitativo della discografia da Divine Intervention in poi. La sensazione è che ogni traccia richiami alla mente un brano del passato: When the stillness comes, ad esempio, ricorda due grandi classici come Dead skin mask e Spill the blood.

Gli Slayer hanno scelto di andare sul sicuro, tirando fuori un album di buon thrash, classico e fedele al loro stile dalla prima all’ultima nota. Il tempo che purtroppo passa anche per loro ed i feedback ricevuti a cavallo del millennio hanno suggerito loro di bandire ogni sperimentazione e possiamo affermare che la decisione è stata giusta.

Vedremo cosa succederà in futuro, ma se malauguratamente questo dovesse essere l’ultimo episodio in studio della loro carriera, avranno chiuso più che dignitosamente.

 

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