The Hateful Eight, trama e recensione

Quentin Tarantino colpisce ancora con un western a pochi anni di distanza da Django, tra antico e moderno.

Dopo tre lunghi anni di anticipazioni, finalmente il 4 febbraio 2016 è uscito nelle sale italiane The Hateful Eight, il nuovo film di Quentin Tarantino. Dopo Django Unchained il regista torna al genere western e interrompe per la prima volta la consuetudine che vedeva ogni sua pellicola discostarsi completamente dal genere della precedente.

Si tratta di uno dei film più attesi dell’anno e non senza motivo: l’ottava fatica cinematografica del regista meno prolifico e più iconico di Hollywood ha creato un’aspettativa enorme, soprattutto se si considera che il regista ha più volte dichiarato di non voler dirigere più di dieci film. Siamo, quindi, alla terzultima cartuccia di Tarantino, che sembra volerlo ricordare già dal titolo e dal numero dei protagonisti, gli otto ‘odiosi’.

Trama The Hateful Eight

La vicenda si articola nel gelido e nevoso Wyoming poco dopo la Guerra di Secessione. Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell), detto Il Boia, è deciso a vedere sulla forca la ricercata Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) e la scorta in carrozza con la sola compagnia del fedele conducente O.B. (James Parks). La tempesta di neve imminente, tuttavia, lo costringe a dare un passaggio anche al collega nonché vecchia conoscenza il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), e Chris Mannix (Walton Goggins), ex confederato e futuro sceriffo di Red Rocks. Costretti a fare una sosta per via della tormenta, i quattro decidono di fermarsi in un piccolo emporio i cui proprietari sembrano essere volatilizzati nel nulla. Al loro posto trovano quattro uomini dal passato oscuro e dal futuro ancora più incerto: il criptico messicano Bob (Demian Bichir), il mandriano Joe Gage (Micheal Madsen), il boia Oswaldo Mobray e per finire Smithers (Bruce Dern), attempato generale ancora avvolto nella divisa grigia della Confederazione. Ben presto si creano tensioni nel piccolo gruppo costretto ad una forzata, seppur momentanea, convivenza non appena si insinua il dubbio che qualcuno non sia chi dice di essere, trascinando tutti i personaggi in un turbinoso crescendo in cui non mancano i colpi di scena e una dose abbondante di sangue.

Recensione The Hateful Eight

Forse convinto di non aver detto completamente la sua sui western in Django, Tarantino sceglie ancora una volta di dirigere un western e lo fa, come sempre, a modo suo.
Il fulcro di The Hateful Eight, nonostante la premessa iniziale, si svolge sempre e solo all’interno del piccolo emporio pieno di spifferi, che si tramuta in una sorta di palcoscenico teatrale in cui viene orchestrata una singolare caccia all’uomo dall’andamento quasi poliziesco. Quando tutti i personaggi si ritrovano sotto lo stesso tetto, infatti, emergono poco a poco i tratti poco rassicuranti che caratterizzano ciascuno di loro, sia personali che ideologici. A questo proposito, non è casuale il fatto che la vicenda sia ambientata sullo sfondo di un’America ancora profondamente razzista, personificata da ben due figure di Sudisti che non mancano mai di bersagliare l’unico nero presente, Samuel L. Jackson. Tarantino stesso ha presentato la pellicola come il suo film più politico, con chiari riferimenti al razzismo attuale. D’altra parte le tre ore di durata del film permettono numerose divagazioni, e non mancano nemmeno i consueti momenti straparlati, che tendono a tratti ad appesantire l’atmosfera.

In ogni caso, dopo una parte centrale di “stasi”, il ritmo subisce una brusca impennata man mano che il sospetto si fa largo tra gli otto, tanto che ad un certo punto tutto sembra ruotare intorno alla domanda “Chi nasconde qualcosa?”.

La scelta di un luogo angusto e di personaggi limitati pare voluta per costringere letteralmente lo spettatore a sondare ciascuno degli ‘odiosi’ e dubitare a turno di ognuno a seconda delle circostanza, che a sua volta si rovescia di continuo. Domina un senso di straniamento e la suspance è essenziale in questo meticoloso e implacabile meccanismo ad orologeria impreziosito da una vigorosa colonna sonora firmata Ennio Morricone (già vincitore dei Golden Globe), che attraverso situazioni paradossali e dialoghi surreali si avvia verso un immancabile tripudio di sangue con cui Tarantino ama sempre bagnare i suoi film.

Dal punto di vista registico, Tarantino rimane da una parte fedele a se stesso con le numerose citazioni cinematografiche, tra cui spicca su tutte la lunga sequenza iniziale con la diligenza che rimanda a Ombre Rosse di John Ford, per non parlare dei rimandi a Sergio Leone, da sempre uno dei suoi modelli preferiti.
Originale e coraggiosa la decisione di girare il film con un processo Ultra Panavision in 70 mm – come dichiarato orgogliosamente nei titoli di testa – per contribuire a dare all’insieme un tono più retrò. Tuttavia il regista non si limita a guardare al passato e innesta un insolito delitto in camera chiusa su un’impalcatura western, sottolineando la sua curiosità nei confronti di un cinema basato sulla continua voglia di sperimentare, da sempre una delle caratteristiche cardine della sua regia e che lo ha reso così riconoscibile da rendere d’obbligo l’aggettivo ‘tarantiniano’ per ogni film che si avvicina al suo stile. E ancora una volta non delude.

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