Sugli effetti delle riforme strutturali

Per anni si è parlato di riforme strutturali da fare per rendere il paese di nuovo competitivo. Esse cosa sono? Nella sostanza poco si è detto.

Nella gran parte dei casi, le riforme strutturali sono un aulico modo per intendere un abbassamento dello stipendio del singolo lavoratore onde favorire la competitivà aziendale: nulla di poi così tanto profondo o strutturale.

Il resto, la riforma della giustizia o il pagamento dei PA, ha un ruolo magirnale. Si calcola che esse avranno un effetto molto limitato sulla crescita del Pil nei prossimi  anni. Ciò non significa che non servano: significa che non vi sono alcune prove che queste rendano un paese effettivamente competitivo e ne è la massima dimostrazione il fatto che le agenzie di rating, nonostante il numero immane di riforme strutturali fatte nell’ eurozona, non hanno cambiato in positivo le loro previsioni sul Pil.

Tagli alla spesa pubblica

Inoltre, le ”riforme strutturali” prevedono il taglio della spesa pubblica quando di solito sono le persone a basso reddito ad usufruire dei servizi pubblici non avendo soldi per quelli privati. Non contente,quindi, non solo le varie istituzioni politiche hanno favorito una politica salariale ”restrittiva” ma hanno anche tagliato quel poco che rimaneva a coloro aventi basso reddito.

Una politica definita da non pochi economisti ”classista” in quanto non colpirebbe chi ha alto reddito ma si concentrerebbe sul penalizzare  chi ne ha già poco. Nei manuali di economia, poco o mai si parla di ”riforme strutturale”, neologismo dal 2008 creato.

AUMENTARE LE DIFFERENZE

Non è un caso che l’effetto della crisi, più che un impoverimento generale, è stato l’aumento della differenza di reddito tra chi poco aveva e chi già aveva un reddito più alto della media.Ora non si combatte tanto e solo la deflazione o la crisi bancaria ma la sperequazione sociale.

In effetti, la deflazione, almeno in eurozona, è oramai terminata, siamo ben lontani da essa(+0,5%). In Italia la situazione è ben più complessa avendo essa anche una crisi deflazionistica non ancora superata.

il risultato, paradossale, è il fatto che la crisi deflazionistica aiuta le classi dominate nel breve termine. Avere  a disposizione dei prodotti che costano di meno aiuta chi ha un reddito basso naturalmente. Anche se la deflazione nel lungo termine danneggia l’economia logorando i profitti delle imprese: non si possono di certo aiutare le persone con basso reddito sfruttando la deflazione.

Un dibattito unidirezionale

La stampa anglosassone ha quindi di solito fatto notare l’unidirezionalità del dibattitto in eurozona. Nessuno, infatti, parla dell’impoverimento generale della popolazione del vecchio continente.

Tra crisi bancarie, spread, crisi di governo il popolo sembra oramai  dimenticato, come se non fosse  lui a subirsi in ultima istanza le scelte governi, come se non fosse il suo benessere fine ultimo dello stato. Sembra invece che il benessere del sistema bancario o lo spread o l’abbassamento dei salari siano a primi posti nelle agende dei governi.

La paura dell’uscita dall’euro è naturalmente l’arma con cui si ricattano le persone a basso reddito a non rendere esplicita, tramite il voto, la propria posizione precaria vincolando il voto ai partiti a favore dello status quo. Un sistema che vede nella paura la base stessa della conduzione politica.

Un sistema quindi che, a meno di grandi cambiamenti, è destinato a breve a finire.

La crisi dei migranti in Germania sarà la goccia che farà traboccare il vaso

Potrebbe implodere l’eurozona? Sicuramente la crisi tedesca riguardo la gestione dei migranti potrebbe far implodere la situazione. In germania si teme l’instabilità politica. Al di là delle singole posizioni riguardo i migranti, il popolo tedesco sembra esserne alquanto insofferente e le elezioni regionali da poco tenute ne sono la dimostrazione.

Se l’eurozona ha avuto difficoltà a gestire le crisi politiche dei paesi periferici, un’eventuale crisi politica della germania rischia di far implodere tutto il vecchio continente. Non ho parlato poi di elezioni che si terrano nel lungo periodo: nel 2017 ci saranno le elezioni nazionali in germania e in francia.  Non bisognerà attendere molto per capire gli eventuali risvolti politici di questa situazione economica.

In nessuno dei due paesi tira buona aria.Non contando che, se anche tutto andasse bene, nel 2018 vi sono le elezioni italiane.

Il dramma delle elezioni

In un sistema instabile come quello europeo, infatti, qualsiasi elezione diventa un dramma, un qualcosa da cui sfuggire. In quel momento, infatti, il popolo riversa le sue legittime frustrazioni. Frustrazioni di fronte alle quali i politici hanno fatto per anni orecchie da mercante.

Anche se l’effetto delle riforme strutturali potesse effettivamente essere buono dal punto di vista economico nel lungo termine, vale la famosa espressione di Krugman per la quale ”il paese non è un’ azienda” e gli europei non sono disposti ad essere trattati come se l’europa fosse un’azienda ove l’economia sovrasta le esigenze sociali.

 

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